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Prima Giulio, Dopo Giulio

Ai primi degl’anni novanta facevo le mie prime incursioni nel mondo della politica. Un attività decente nella gioventù del partito democristiano maltese (ufficialmente ed anacronisticamente Partito Nazionalista) andò a combinarsi con una fame di informazione nutrita da settimanali politici stampati e rubriche politiche in TV. La notte si passava con un misto di satira e i discorsi lunghi quando ancora Maurizio Costanzo si faceva intendere e rispettare dagli studi di Roma. Arrivavo alla vigilia di Mani Pulite e Tangentopoli con un regime stretto di Panorama, Smemoranda e una pazzesca dipendenza sulle vignette di Forattini. Fù la fine di un era con tanto di Craxi, di Spadolini, di De Mita e di Amato. La PSI, la PRI, la PLI e la PSDI e sopratutto e sopratutti la DC.

Io scoprivo i saggi di di Rafael Caldera e mi interrogavo su Don Sturzo, mentre d’avanti agl’occhi si scopriva un palcoscenico di un sistema politico corrotto, marcio e malsano. Era ancor’ prima che scendesse in campo quell’altro a cambiare ancora una volta il volto (ma non la pratica) della politica e dei politici. Cominciavano a piovere mandati e gli sforzi della vecchia politica di salvarsi dal dragone sputarabbia togato furono presso che inutili. Da li in poi arriverebbe la fine della Prima Repubblica con tanti saluti e tromboni festeggianti per il Cavaliere che avanza.

Il 1992, cinquecento anni dopo la scoperta dell’America, significa anche l’ultimo anno per Giulio Andreotti in un ruolo di governo. E lui il nano gigante che lascia cadere la sua ombra pesante sulla democrazia cristiana italiana. Nel bene o nel male è lui la storia lunga quanto quella di una repubblica fatta di mille governi, miliardi di misteri e tanti ma tanti inciuci. Una figura difficile da capire nei pezzi, odiata nell’intero. Sarà un caso del destino che Giulio sceglie di andare nell’altro mondo meno di un mese dopo che si è spenta la Donna di Ferro. Ho sentito degl’amici socialisti dire che adesso marciranno insieme all’inferno – dato sempre che il diavolo non riconosca un a posizione privilegiata ai suoi vecchi amici.

Andreotti non fù per me un esempio di politica democristiana. Non ho avuto il tempo di seguire i suoi passi o le sue battaglie. Dal sistema “Camillo e Peppone” nella quale si schierava con gl’Americani contro la minaccia comunista alle sue relazioni misteriose con mafia e chiesa Andreotti non desta molta simpatia. Il personaggio gobbo e sempre in riflessione diventa più grande (ma molto più) della persona – anche di quella politica. Alla fine dopo di lui crolla la DC – mai recuperata e molto frammentata dopo l’uragano Tangentopoli. Vent’anni dopo quest’ultima comparsa muore ma suscità ancora tanta rabbia, tanta amarezza.

Rimane una delle icone degl’anni ottanta. Quei politici distaccati che gestivano tutto negl’interessi del paese ma anche per altri interessi meno puliti. Sono poco le lezioni che ci può lasciare Giulio in questa fase di politica dell’antipolitica. Ci resta solo da vedere se i suoi eredi – quelli della Seconda Repubblica avevano cosi tanta ragione o se hanno solo confermato che siamo tutti umani di una pezza – avari per il potere, corruttibili e senza possibilità di salvezza.